zazi marzo 2020

 

 

«Secondo me non siamo diventati ciechi, 

secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono»

Saramago, Cecità

 

Lo è davvero, lo hanno detto anche le maestre, annunciandolo nei vocali WhatsApp accompagnati da un disegno con farfalle e fiori.
Marzo 2020, è primavera bambini, svegliatevi adulti, anche se c’è neve, freddo e se siete in casa da tempo.
Anche se i fiori che ci aspettavamo erano diversi, questi sono corone, come quelle che accompagnano i feretri, e poi sono infestanti.
Chissà come ve lo spiegheremo, un giorno, questo mondo che aveva tirato il freno, scaricandoci come merci negli spazi delle case, tra le fughe delle piastrelle, le porte serrate sulle strade, lasciando i soli a fissare il bianco dei muri, i più a fare i conti con le frenesie, le smanie di fare, l’ansia di andare, non si sa dove.
La luce aranciata dei lampioni sul selciato non fa ombre.
Non c’è nessuno per strada, a parte qualche anziano in bici,  la mascherina sbilenca con l’elastico che tira giù le orecchie, come un Dumbo triste.
Che a pensarci non siamo in una strada, siamo fortunati, non abbiamo fame, nè freddo, non corriamo rischi in casa.

Tuttavia è la libertà negata a renderci impazienti, a legarci  le mani, oltre alla paura.

I fiori infestanti si insinuano, non avvisano, non guardano di chi sia il corpo di cui prendono possesso, si infiltrano tra gli alveoli dei polmoni, tra i peli del naso, sotto le unghie. Tolgono il respiro, incendiano, spengono sorrisi come un interruttore la luce. Ce lo spiegano in TV, in dirette che dopo un po’ assordano e offuscano gli occhi, ce lo raccontano i giornali, ci bombardano i gruppi whatsapp, i leoni e i saputi del web, che staccatelo internet vi prego, io non voglio sentire.
Ci hanno pregato di restare chiusi in casa, non sotto i cieli di Baghdad in fondo, uno spazio che ci permette di ciondolare e appoggiare i corpi tra i cuscini dei divani, le tavolette dei water, le cucine, i materassi dei letti, ma ci muoviamo come una carriola traballante, troppo piena di materiale molle, ammasso di ossa, cervelli, gambe, braccia, nasi, capelli e sguardi imperfetti svuotato e lasciato lì, in attesa di capire cosa fare della costruzione in progetto su carta.
Tuttavia è primavera, ma non c’è tepore.
Neanche quello degli abbracci, no, dei baci, delle strette di mano, nè quelle sicure in cui c’è scambio di sguardi, nè quelle di mani tese e sudate, senza carattere.
Non ci sono le messe, i gambaletti color carne delle anziane che girano intorno ai polpacci, le borsette posate sui banchi a tenere il posto, le file per la comunione.
Le mani sono armi che neanche Dio le salva, i baci fucili a pallettoni, gli abbracci detonatori di germi.
Che poi in un mondo normale odiamo tutti, o se non tutti, gran parte. Suoniamo il clacson ai semafori, serriamo i finestrini se ci si porge un piattino per l’elemosina, sgomitiamo nelle file, come fosse una gara a chi arriva primo.
Non sorridiamo, spesso imprechiamo, chi sottovoce e chi senza pudore. 

 

Eppure è primavera, lo dicono anche i colori usati sui quaderni, le frasi che spiegano ai bambini che la vita è tempo e che il tempo è ciclico, gli arcobaleni ai balconi.
C’è chi dice che la meritavamo una stagione così: arrestarci di corsa, senza capire, per chiarire le idee, che a dirla tutta ammettetelo, c’è stato anche un’impennata di entusiasmo all’inizio ohsssssìvacanza, godiamocela! Eddai, ora non basta?
La primavera sospesa che fa germogliare quel carico di ossa, carne e sangue lasciato tra i muri, che fa fiorire la parte migliore, ma che ha anche cancri incollati, tumefazioni e pensieri che si espandono come ponfi, fino ad esplodere.
I polemici, gli isterici, i deliri imperanti di chi, come in piena guerra, ha scavato bunker in cui trincerarsi con le persone più care, mettendo alla porta il resto. E noi che speravamo che saremmo stati uniti, che li avremmo evitati. Invece alla porta è anche la gentilezza, anche l’altruismo, anche i grazie. Si scannano per le mascherine, urlando inutilmente allo scandalo prezzi e speculazioni, come bastasse farlo per sentirsi meglio o cambiare la situazione.

 

Se Zazi nasce per ironizzare su tutto, oggi, perdonatela, perde un po’ di questa verve, perché anche noi siamo di carne e per quanto ottimiste è facile cedere il passo alla stanchezza e ai timori.
Non è un momento facile, anche se ci hanno dotate di tutti i comfort e non dobbiamo dimenticarlo, ma noi Zazi siamo mamme bis e non possiamo non pensare alle mamme.
Non per i bambini da gestire, per il fatto che ci si debba improvvisare maestre, compagne di giochi, amiche, cuoche e intagliatrici di origami, moderatrici di maratone TV o di litigi strappa capelli fraterni. Fosse questo il problema.
Zazi pensa piuttosto a chi in questi giorni accarezza un ventre gonfio, i sensi in attesa, ma vigili, l’ansia di non sapere come andrà, o di chi sa che a breve dovrà arrivare in reparto con una valigia in mano, una mano che saluta chi l’ha accompagnata, un vetro tra le stanze con i neon e chi resta alla porta.
Un bacio leggero, occhiolino. Non far vedere che piangi, tira su col naso, coraggio.
Zazi pensa a te che dovrai affrontare un travaglio senza qualcuno accanto a incoraggiarti, le cuffie nelle orecchie, la playlist preparata insieme per il momento, i respiri amplificati dalle contrazioni, il battito del cuore durante i tracciati, il personale dall’aria corrucciata, l’odore di disinfettante nell’aria. Le videochiamate, le ostetriche ad accarezzare la schiena, a incoraggiarti, inspira, espira. 

 

Zazi pensa alle mamme di bambini speciali, barricate in casa ad augurarsi che nessun idiota, nessuno, metta a repentaglio i propri amori per qualche leggerezza.
Pensa a chi è arrivata da poco a casa con un tris nuovo, una carrozzina da cui si intravede una testa tonda, un ciuccio che sembra animato, l’orlo dei lenzuolini inamidati dipinti a mano, le notti in bianco, la stanchezza incollata agli occhi. Bambini che vengono presentati al mondo tramite videocamere, ma amati realmente.
Zazi non ti dice che andrà tutto bene, perché non sa fare promesse che non può mantenere, e poi ci son frasi che dette in esubero fanno venire l’orticaria.
Però ti sorride, questo sì.
Ti dice che una mamma riscopre forze che non credeva di avere, in fondo, ma che è normale che il capo e i pensieri cedano a giorni il posto allo sconforto, allo smarrimento, alla paura.
Il mondo là fuori è silenzioso, ma la vita nuova arriva sempre urlante, in barba al silenzio e continuerà a farlo, come a dire che è primavera, certo, e che dopo la primavera, contateci, arriverà il tepore.
E poi sarà caldo afoso, cielo sgombro.
Seccheranno i fiori infestanti per lasciare posto al grano maturo.
Sarà piena estate.