Solo pochi giorni fa Valerio Mastrandrea, favoloso attore romano David di Donatello, portava alla ribalta un monologo di Mattia Torre sulle gioie e i dolori dell’essere genitori e padre, in particolare.
Un successo dovuto a una performance toccante, ma anche ironica e veritiera, che nel corso dello show di Alessandro Cattelan su Sky Uno ha tratteggiato un profilo della paternità (e maternità, aggiungerei) che ruota attorno a quel senso di equilibrio granitico che il mondo si aspetta che i genitori abbiano, in qualità di colonne portanti e responsabili, che in realtà finisce con lo sgretolarsi davanti a uno o più figli, palesando la fragilità più totale.

Proprio da qui prende spunto questo nuovo post, l’occasione per raccontare un mondo su cui, soprattutto in Italia, ci affacciamo già fin troppo adulti e che ha in effetti i suoi lati comici, ironici, ma anche momenti di sconforto e tenerezza inaudite.
Ho letto ricerche che sostengono che, in questa centrifuga senza fine in cui le coppie vengono catapultate all’arrivo di un bambino, le donne siano addirittura più soggette a un inesorabile e progressivo invecchiamento cellulare, addirittura più di fumo di sigarette, più dell’obesità. Una questione complessa legata all’accorciamento dei telomeri durante l’attesa, quelle piccole porzioni di DNA che si trovano alla fine di un cromosoma.

Possibile? Noi? Noi che ci crediamo dee dalle tette ingrossate, fianchi larghi, viso alla Sharon Stone dopo seicento trattamenti estetici, anche se in realtà viste da fuori siamo più simili a elefantesse con le bretelle dei reggiseni spesse che si intravedono dalle maglie aderenti?
Possibile? Noi che come lavatrici all’avvio del programma ci riempiamo del doppio del volume del sangue, noi che decalcifichiamo le nostre stesse ossa per assicurare la crescita delle loro, noi che per nove mesi abbiamo una vita che lievita dentro e ci inorgoglisce?

Possibile, pare.

Sorvolando su questo tipo di ricerche, che avranno tutte le argomentazioni scientifiche del caso ma che in realtà alla fine fanno anche sorridere se le si legge con l’umore giusto e tornando al monologo, il punto che li accomuna è uno solo: il tempo che passa, il tempo che spiazza.
C’è l’amarezza per un tempo che scivola e ci ritrova adulti (più adulti!), fortemente impreparati.
A cosa? Al passaggio dei figli dal biberon alla prima elementare, dalle tutine al jeans strappato sul sedere, dalle pappe incollate sulle maglie alle serate in discoteca, dalla prima caduta in bicicletta allo sfrecciare in scooter, verso gli amici e la propria vita da costruire.

Capita sempre più spesso, superati abbondantemente i trenta, di interfacciarci tra amici e di parlare di figli, se ci sono, o di quelli in potenza, nel caso di coppie ancora intese come meraviglioso duo senza infiltrati. Ci si confronta, si scherza sulle occhiaie direttamente proporzionali alle notti trascorse in bianco, si passa in rassegna ogni malanno, si prospettano alle coppie in attesa scenari apocalittici e disneiani assieme, ma si è tutti sempre e comunque d’accordo su un punto: “le avessimo fatte prima, ‘ste creature! Ci avessimo pensato prima!”

Avremmo avuto più forza, sicuramente.

Avremmo avuto più tempo da dedicare, inteso come porzione di vita, sempre sorvolando su eventuali imprevisti che fanno parte del percorso, ovviamente. Non avremmo avuto la sciatica o il polso tumefatto per sostenerli in braccio i primi mesi, non ci saremmo privati del piacere di uscire e improvvisare weeekend fuori porta, che a vent’anni si sa, fai tutto con più leggerezza e chi se ne fotte se i bambini si incimurrano per i due mesi successivi perché li hai lasciati esposti come panni alla brezza autunnale.
Sarebbe bello poter avvolgere il nastro, tornare indietro, pensare di incontrare la persona giusta prima, senza i clamorosi fallimenti amorosi che alle volte costellano il cammino e ritardano il tutto.
Sarebbe bello, ma inutile anche parlarne.
“Magari in un’altra vita”.
Ci salutiamo quasi sempre così, in genere dopo due, tre bicchieri di vino.

 

 figli e genitoriProvate a pensare cosa rispondereste se un giorno vi chiedessero: 
“Ehi, ma com’è, davvero, essere genitori?”
Io ci penso spesso e una risposta in effetti non so se riuscirei a darla.
Lo direi di certo, come insegna Torre, che i figli ti invecchiano, ma perché sai che hai messo al mondo qualcuno di cui non potrai più fare a meno, a cui il tuo pensiero sarà sempre legato a doppio giro, come un portone con doppia mandata. Una mandata che ti entra nella carne, nei tessuti, che fa male e no al tempo stesso…

E il pensiero continuo logora, indipendentemente da quale sia l’oggetto, è un pensiero spaventoso, quello di dover prendersi cura per sempre di un altro, per tutta la vita. Saremo pronti? Ci riusciremo a curargli l’anima così come si curano le febbri, la tosse? Basterà soffiare su e abbracciarli come su un ginocchio sbucciato, come su una ferita ricucita? Riusciremo a spiegargli che il mondo in cui li abbiamo catapultati, seppur con amore immenso, è una meraviglia mista a melma?

Forse no, probabilmente no e magari è anche giusto sia così. So che, per dirla con parole di Enrica Tesio, essere madre, e genitori in senso più generale, “come tutti gli amori grandi: ti spezza le ossa”.

PS Trovate a questo link il monologo completo.

Prendete qualche minuto del vostro tempo, cinque minuti e quaranta per l’esattezza. Non prendete fazzoletti, non c’è da piangere, ma si sorride. Prendete, piuttosto, appunti sul cuore, da ripercorrere con un dito immaginario a seguire le parole, come quando si comincia a imparare a leggere frasi intere, come quando si impara a riscoprirsi, ogni giorno, genitori diversi.